Sulla linea d’occupazione del Sud Ossezia l’attrito con i russi

(dell’inviato Fabio Govoni)

Dal sito: ansa.it

KHURVALETI (GEORGIA) – Una mattina del 2011, Data si è svegliato trovando che una minacciosa barriera di filo rasoiato tagliava la sua terra e gli impediva di raggiungere i suoi terreni dalla sua piccola fattoria. Dei soldati “mi hanno detto: ‘Ora questo è territorio russo’. Ma come fa a essere territorio russo se io ci cono sempre stato, qui in Georgia?”. I soldati – racconta da dietro la barriera, con accanto un paio di mucche – “mi hanno minacciato: ‘Se ti avvicini al filo spinato, ti portiamo in prigione per tutta la vita in Russia’”. Una barriera eretta con un ‘blitz’ notturno. Da otto anni non può vedere la figlia, sposata in un paese vicino, né lavorare la sua terra. Parenti e amici si sono sobbarcati questo compito e gli portano qualche frutto. Vicino, un cartello recita: “Attenzione! Confine di Stato! Proibito passare!”, in inglese e georgiano.

Il contadino georgiano Data (diminutivo di David), 88 anni, una certa familiarità con i giornalisti, è una delle tante vittime della violenta, dolorosa e kafkiana separazione dagli affetti e dalla vita a cui sono state sottoposte molte famiglie georgiane in almeno 20 villaggi, dopo la guerra lampo con il vicino gigante russo dell’agosto del 2008. Quando Mosca dichiarò indipendenti e sigillò i territori georgiani ribelli e filorussi dell’Abkhazia e di Zhinvali, quest’ultimo ribattezzato Ossezia del Sud per assonanza con quella del Nord, nella Federazione russa.

La loro indipendenza è riconosciuta solo da Mosca e da pochi suoi alleati. Il confine messo su dopo la guerra dai russi non è riconosciuto dai georgiani, che lo chiamano “linea di occupazione”. Non è mai stato delineato ed è perciò soggetto a improvvisi spostamenti in avanti, come quello che nottetempo ha inghiottito Data e la sua fattoria, tagliando il villaggio collinare di Khurvaleti, poche vecchie case in pietra fra alberi e piccoli campi.

In gran parte montuoso, il piccolo territorio di Zhinvali/Sud Ossezia (3.900 km2) secondo Tbilisi ha 20-25.000 abitanti, in gran parte russi, dopo la fuga di 20.000 georgiani. Al suo interno vi sono tre basi militari russe, 19 avamposti del servizio di sicurezza Fsb e una trentina di agenti del servizio d’intelligence militare Gru. Tre i punti di valico, anche se quello più usato è quello di Odzisi, a pochi chilometri da Khurvaleti. Una strada sterrata passa il fiume Liakhvi e immette nel villaggio di Akhmagi: un gruppo di casupole sull’altro lato della valle su cui domina una piccola base militare russa: pochi edifici recintati su una collina boscosa e un traliccio con delle antenne. All’orizzonte, oltre le colline, le grandi vette innevate del Caucaso.

Da quel valico passano in media 200 persone al giorno: per lo più georgiani col permesso di visitare parenti oltre la linea di occupazione. Ma ciò nonostante, oltre 100 sono stati arrestati per presunte violazioni del confine, in modo assolutamente arbitrario, ritiene la Georgia. Sono stati tutti rilasciati dopo alcune ore o giorni, ma a tre è andata male: sono stati uccisi. Una politica di intimidazione e provocazione, sostiene Tbilisi, mirata a fiaccare la fiducia dei georgiani nel loro governo. Uno, secondo i media georgiani, è stato inseguito e abbattuto a fucilate in territorio georgiano. Un altro, Archil Tatunashvili, un ex soldato veterano in Iraq con la Nato, è stato ucciso nel 2018 in detenzione. Il suo corpo, svuotato degli organi interni e con evidenti segni di tortura, fu restituito solo dopo un mese. E’ morto “cadendo dalle scale”, dissero gli agenti russi.

“Io andai a trovare la famiglia”, racconta a un gruppo di giornalisti italiani dalla sua casa di campagna, nel villaggio di Dusheti, l’ex presidente georgiano Giorgi Margvelashvili. “E’ veramente dura. Ho parlato con loro un paio d’ore”. “Poi esci da lì e, come ‘commander in chief’, ti viene chiesto come intendi reagire, quanto intendi sopportare”. “Tutto – aggiunge – viene messo in discussione e non c’è una soluzione. Se dici che non intendi combattere, deprimi il morale. Se dichiari di rispondere, metti a repentaglio la vita di altre persone”. L’obiettivo – conclude Margvelashvili, accademico di filosofia che è stato capo dello Stato per Sogno Georgiano fino al 16 dicembre scorso – è di dimostrare ai tuoi cittadini che sei debole”. Uno stillicidio morale diretto a minare il cammino verso l’Europa e la Nato, che per la Georgia è un traguardo esistenziale.