Dal 1° ottobre la Georgia ha deciso di mettere al bando uno dei simboli del capitalismo, il sacchetto di plastica, diventando di fatto il primo stato ex-sovietico ad adottare questo divieto. La mossa segna la fine di un’era.

Dal 1° ottobre la Georgia ha deciso di mettere al bando uno dei simboli del capitalismo, il sacchetto di plastica, diventando di fatto il primo stato ex-sovietico ad adottare questo divieto. La mossa segna la fine di un’era.

Si potrebbe raccontare una storia del mondo post-sovietico attraverso borse di plastica. Hanno cominciato a proliferare negli anni ’70. Per prima cosa arrivarono quelle stravaganti, con stampe di donne bellissime, fiori, pappagalli e persino con l’immagine di Alla Pugacheva (la diva pop russa che sopravvisse con successo all’Unione Sovietica). Nell’URSS, i sacchetti di plastica erano spesso una scelta di moda, segno distintivo della modernità e della decadenza. Poi sono arrivati gli anni ’90 – tempi bui per la Georgia. Devastata dalle guerre, la Georgia aveva poca elettricità e nessuna economia di cui parlare. Il periodo era in gran parte definito da onnipresenti sacchi per il bucato che i commercianti, per lo più donne, usavano per trasportare i beni di consumo dentro e fuori la Turchia.

Quelle grandi borse a tracolla di plastica intrecciata (le famose borse Chinatown come le chiamano a New York) in Georgia divennero note come borse Lilo, come il gigantesco mercato all’aperto fuori Tbilisi. Molti georgiani rabbrividiscono alla vista di queste borse, riportando alla mente tutte le miserie economiche e sociali di un periodo che cercano di dimenticare. Ma il giovane stilista georgiano Demna Gvasalia (classe 1981, ndr) li ha resuscitati come oggetti chic per la classe operaia.

Molto diffuse erano le piccole borse nere monouso per generi alimentari o piccoli acquisti sul mercato. Nel corso del tempo, queste borse sono state sostituite da sacchetti in plastica più sottili e trasparenti. Man mano che l’economia si rafforzò, le catene di negozi iniziarono a distribuire le proprie borse di plastica con impresso il loro marchio, come del resto avveniva nel mondo occidentale simbolo di ricchezza e prosperità.

Questa pervasività del sacchetto di plastica e la mancanza di consapevolezza ambientale si stanno facendo sentire. Nella campagna della Georgia, gli alberi che fiancheggiano le autostrade sono spesso ricoperti dai brandelli colorati dei sacchetti di plastica lanciati dalle auto. Nelle città, piccole borse di plastica volano per le strade nei giorni di vento. Nuotare nella costa del Mar Nero in Georgia spesso significa attraversare flottiglie di buste di plastica, bottiglie e altri oggetti plastici che si fatica a riconoscere.

Il Ministero dell’Ambiente della Georgia stima che il georgiano medio scarti 525 sacchetti di plastica monouso all’anno. Nei paesi ‘ambientalmente progressisti’ come l’Irlanda il tasso si attesta a 14.

Il divieto, entrato in vigore il 1° ottobre, ha messo fuorilegge i sacchetti monouso con spessore inferiore a 15 micron (0,015 millimetri), che costituiscono circa il 40% del mercato in Georgia. Dal 1° aprile 2019, l’importazione, l’esportazione e la vendita di qualsiasi tipo di buste di polietilene saranno vietate: consentite solo alternative biodegradabili. I trasgressori saranno soggetti a multe a partire da 500 lari (circa 165 euro). Il divieto, almeno in parte, nasce dagli impegni assunti dalla Georgia nell’ambito di un accordo di libero scambio e di associazione con l’Unione europea. Secondo i termini dell’accordo, l’Europa e la Georgia condividono i loro mercati esenti da dazi, ma la Georgia deve anche copiare i regolamenti dall’UE, che prevedono di ridurre drasticamente il consumo di sacchetti di plastica entro il 2019.

Gli ambientalisti hanno salutato il divieto con ottimismo ma, come spesso accade ha anche suscitato brontolii da parte di clienti e produttori. “Giuro che l’unico obiettivo di questo governo è di rendere la vita delle persone più difficile“, ha ringhiato una donna anziana in un minimarket nel distretto di Saburtalo, a Tbilisi, quando il negoziante si è rifiutato di fornire un sacchetto di plastica. “Inevitabilmente, noi e gli altri produttori di cellophane pagheremo il prezzo“, ha detto il mese scorso il produttore di sacchetti di plastica Malkhaz Nemsadze al giornale Batumelebi. “Dovremo investire nell’acquisto di nuove attrezzature per la produzione di borse biodegradabili. Questo farà salire il prezzo e spingerà verso il basso le vendite“.

Via Ecodellacitta